Frammenti di vita

Tirana, dove il tempo si stratifica

22 Settembre 2026
Tirana dall'alto al crepuscolo.

🎧 Teardrop, Massive Attack , se vi va, lasciatela partire…

Dell’Albania ho scritto più volte tra queste pagine, negli anni. La prima volta era il 2012 e ne rimasi scioccata. Poi sono arrivate Valona, e una vacanza che non mi aspettavo, il desiderio di tornarci, altri viaggi e, soprattutto, Tirana.

A Tirana torno spesso per lavoro e forse proprio per questo, nel tempo, ho finito per instaurare con lei un rapporto particolare. La conosco e non la conosco. Ho i miei punti di riferimento, riconosco alcune strade, ho indirizzi nei quali torno volentieri e ho visto intere zone cambiare volto da un viaggio all’altro. Il tempo dei viaggi di lavoro, però, ha regole tutte sue. Appuntamenti, riunioni, taxi, qualche cena e poche ore libere da infilare dove capita. Così può succedere di frequentare una città per anni e continuare a passarle accanto senza avere mai il tempo di guardarla davvero. Questa volta no.

Questa volta a Tirana ho fatto la turista.

Ho camminato senza dover necessariamente arrivare da qualche parte a un’ora precisa. Sono entrata nei musei, mi sono fermata nei caffè, ho attraversato quartieri e strade sulle quali ero già passata decine di volte, ma questa volta con il tempo di guardarli davvero. Ho camminato tanto. Tantissimo, in realtà. Ventidue chilometri in due giorni, con un caldo che avrebbe suggerito comportamenti decisamente più ragionevoli. Ma in viaggio sono fatta così. Cammino, mi perdo, fotografo. Assorbo.

 

Gli strati del tempo

Ci sono città nelle quali il tempo sembra scorrere. A Tirana, invece, sembra stratificarsi. Il passato riaffiora continuamente nel presente, mentre il futuro gli sta già crescendo accanto.

Ci sono i bunker e i luoghi della sorveglianza di un regime che appartiene a una storia ancora recente. Ci sono edifici consumati dal tempo, insegne sbiadite, strade nelle quali la riqualificazione deve ancora arrivare. E poi basta alzare gli occhi e compaiono vetro, acciaio, geometrie sorprendenti, torri e grattacieli. Come quelli che circondano piazza Scanderbeg e che, per chi non conosce ancora bene la città, finiscono anche per diventare punti di riferimento per orientarsi.

Alcuni grattacieli devono ancora nascere, altri sono in costruzione, altri ancora hanno già modificato radicalmente lo skyline. Tirana cresce in verticale e lo fa senza particolare timidezza. I suoi nuovi edifici sono spesso spettacolari. C’è ambizione architettonica, creatività, desiderio di sperimentare, a volte persino di stupire. E intanto le gru continuano a muoversi. Cantieri ovunque. Vecchi edifici ai piedi di torri avveniristiche. Palazzi appena terminati accanto ad altri che stanno nascendo.

Tirana sembra non considerarsi mai conclusa. È continuamente in divenire. Persino l’Air Albania Stadium racconta questa sovrapposizione. È un edificio che dal vivo mi ha lasciata a bocca aperta. Il nuovo stadio è stato costruito sul sito del precedente Qemal Stafa e il progetto contemporaneo ne ha conservato parte dell’eredità architettonica.

Ancora una volta, qualcosa di nuovo che cresce sopra ciò che c’era prima. La città cambia a una velocità impressionante, ma non tutto cambia nello stesso momento e nello stesso modo. Ed è proprio questo a restituire l’impressione di attraversare contemporaneamente luoghi e tempi differenti.

Una città che bisogna cercare

Tirana, però, non è la classica città da cartolina. Non è una di quelle città che sembrano già composte per essere fotografate, con i balconi fioriti, le facciate perfette e gli scorci che aspettano soltanto qualcuno che prema il pulsante di scatto. A Tirana la poesia bisogna cercarla.

Gli occhi devono indagare, scrutare, osservare. Fermarsi anche su ciò che normalmente verrebbe escluso dall’inquadratura. Una facciata consumata. Una finestra. Un’insegna. I fili elettrici. Una persona seduta davanti a un negozio. Un gatto addormentato sul marciapiede. Soprattutto nelle zone ancora lontane dalla riqualificazione, la sua non è una bellezza convenzionale. A volte è ruvida, disordinata, difficile da decifrare. Eppure è proprio lì che ho avvertito più forte quella strana sensazione che Tirana continua a provocarmi. Quella di trovarmi in più luoghi e in più tempi contemporaneamente. Basta spostare lo sguardo.

Un edificio sembra appartenere a una città dell’Europa orientale di quarant’anni fa; alle sue spalle compare una torre di vetro. Poco più avanti entri in un locale sofisticatissimo che potrebbe trovarsi a Milano, Londra o Berlino. Giri nuovamente l’angolo e cambia tutto. Non è soltanto il tempo a stratificarsi. Si stratificano anche le geografie, insieme alle influenze culturali che hanno attraversato questa città nel corso dei secoli.

Fotografare Tirana non è semplice, ma è intrigante, perché non mi offre sempre l’immagine. Mi costringe a cercarla.

E poi ci sono i volti

Anche nelle persone ho ritrovato la stessa sensazione. Ci sono volti che mi sono sembrati profondamente contemporanei e altri che, senza sapere bene perché, avrei potuto immaginare in una fotografia scattata molti decenni fa. E non è una questione di età. È qualcosa di molto più difficile da definire. Un’espressione, un modo di vestire, un gesto, un atteggiamento.

Anche le persone, a volte, sembrano appartenere a tempi diversi pur camminando sulla stessa strada. Ed è allora che lo straniamento diventa ancora più forte. Perché la stratificazione di Tirana non è soltanto nelle pietre, nelle facciate consumate accanto ai grattacieli, nei bunker trasformati e nei quartieri riqualificati. È anche una stratificazione umana. E poi ci sono le donne. Curate, ben vestite, eleganti e molto femminili nei modi. Una piccola curiosità che mi ha colpita durante questo viaggio: nei locali ho notato quasi sempre molte più donne che uomini. Tavoli di amiche a cena, ragazze sedute a bere un caffè, a mangiare, a chiacchierare. Una presenza femminile evidente, che mi è rimasta impressa e che, devo ammettere, non avevo mai notato prima.

Blloku, il cortocircuito

E poi c’è Blloku. Probabilmente una delle sorprese più belle di questo viaggio. Pensare che un luogo un tempo chiuso e riservato all’élite del regime sia oggi uno dei quartieri più vivi della città crea uno dei cortocircuiti più interessanti di Tirana. Alberi, dehors, ristoranti, caffè, cocktail bar, boutique. Persone ovunque.

Ed è proprio qui che ho ritrovato, forse in forma ancora più evidente, una caratteristica che avevo già notato in tutta Tirana: i locali sono bellissimi. C’è una ricerca estetica che non smette mai di sorprendermi. Pensati. Progettati.

C’è ricerca nei materiali, nelle luci, nella vegetazione, negli arredi, nella grafica, nella mise en place. Alcuni sono essenziali e contemporanei, altri eccentrici, altri ancora recuperano oggetti del passato inserendoli in ambienti completamente nuovi. Tirana sembra avere sviluppato un gusto particolare per la scenografia della vita quotidiana. E basta passare davanti alla vecchia villa di Enver Hoxha, ormai circondata dalla vita contemporanea del quartiere, perché il passato torni improvvisamente a farsi sentire.

Ancora una volta, più tempi nello stesso campo visivo.

E si mangia. Molto bene.

Sarebbe però ingiusto parlare della bellezza dei locali fermandosi alla loro estetica. Perché a Tirana si mangia molto, molto bene. È una delle certezze che ho maturato negli anni e che questo viaggio ha confermato. Mi piace soprattutto la naturalezza con cui convivono cucine e linguaggi differenti. La tradizione albanese, mediterranea e balcanica si affianca a una ristorazione contemporanea e internazionale, curiosa, capace di accogliere influenze diverse senza perdere una propria identità. Mi dispiace non potervi mettere qui scatti rappresentativi, ma sono una “food blogger” atipica. Non ho l’abitudine di scattare foto al ristorante…

E poi ci sono i caffè. Le soste. I dolci. Botanica, affacciato su Piazza Skanderbeg, per me è ormai una certezza. Un posto nel quale tornare per un caffè, ma anche per pranzo o per cena.

A HANA Corner Café, invece, ho mangiato una carrot cake strepitosa. Perché sì, si può tornare da un viaggio ricordando un museo, un edificio, una piazza e anche una fetta di torta. Anzi, è anche così che mi piace conoscere le città. Sapere dove fermarmi per bere un buon caffè. Ricordare cosa ho mangiato. Avere un tavolo al quale mi piacerebbe tornare.

Il mercato e una vecchia macchina fotografica

Poi c’è stato Pazari i Ri. I mercati sono tra i luoghi che preferisco quando viaggio. Puoi conoscere la storia di una città attraverso i musei e i monumenti, ma tra i banchi ne conosci la vita. I colori, gli odori, il cibo, le persone, gli oggetti quotidiani e quelli che sembrano essere rimasti lì da un altro tempo. Ed è in una delle sue bancarelle che ho trovato una Voigtländer Vitoret LR, una fotocamera a pellicola 35 mm prodotta nella Germania dell’Ovest tra il 1966 e il 1971. La sigla LR indica la presenza combinata di esposimetro e telemetro accoppiati.

Era in mezzo ad altre cose e, naturalmente, non ne avevo alcun bisogno. Quindi l’ho comprata. Sessanta euro e un nuovo passeggero nel bagaglio di ritorno. Adesso è nel mio atelier, Dafne’s Corner. E non sarà soltanto una vecchia macchina fotografica appoggiata su un mobile. Saprò dove l’ho trovata. Ricorderò quel mercato, quella mattina, quel viaggio. E darà ancora più carattere al mio amatissimo spazio creativo.

In fondo è anche questo che cerco di portare a casa dai viaggi. Non necessariamente souvenir. Oggetti che diventano memoria. E in un viaggio trascorso a osservare gli strati del tempo, tornare a casa con una macchina fotografica di sessant’anni fa mi è sembrata la cosa più naturale del mondo.

Dove Tirana rallenta

Poi, improvvisamente, Tirana rallenta. Succede intorno al Lago Artificiale e nel grande parco che lo circonda. Dopo il traffico, i cantieri, le gru e una città che sembra continuamente impegnata a costruire la propria prossima versione, qui cambia tutto. Si cammina, si corre, si chiacchiera. Qualcuno legge, qualcuno prende il sole, altri semplicemente se ne stanno seduti vicino all’acqua. Ho fotografato soprattutto le persone.

Il lago fu creato negli anni Cinquanta e oggi il Grand Park che lo circonda è uno degli spazi più frequentati dai tiranesi per camminare, correre, pedalare e trascorrere il tempo libero. Negli ultimi anni anche quest’area è stata oggetto di interventi di riqualificazione, che hanno interessato il pontile e i percorsi pedonali, ciclabili e per la corsa, restituendo nuova vita a uno spazio che aveva conosciuto anche periodi di degrado. Anche questa è trasformazione urbana, ma parla un linguaggio diverso da quello dei grattacieli. Perché una città non cambia soltanto quando cambia il suo skyline. Cambia anche quando cambia il modo in cui le persone possono vivere e godere di tutto ciò che ha da offrire.

Le piccole cose che restano

E poi ci sono i gatti. A Tirana ce ne sono tantissimi. Li trovi sui marciapiedi, davanti ai negozi, sotto i tavolini, accoccolati negli angoli più improbabili e persino nelle vetrine. Ma ciò che mi ha colpita sono state soprattutto le ciotole d’acqua e di crocchette lasciate fuori dai locali e dalle attività commerciali. Gatti di strada, certo, ma accolti e accuditi da chi quelle strade le vive ogni giorno. E questo, consentitemelo, racconta anche qualcosa dello spessore umano di chi abita un luogo.

Forse li noto più di altri perché io i gatti li cerco con gli occhi ovunque vada. Ma è una delle immagini più tenere che mi sono portata via.

E durante quei giorni c’erano anche i fenicotteri. Ogni sera tornavano a riunirsi per manifestare. Non erano, naturalmente, veri fenicotteri: il fenicottero è diventato il simbolo di un movimento di protesta nato dall’opposizione a un progetto di sviluppo turistico nell’area protetta di Vjosa-Narta, sulla costa albanese, e poi allargatosi a rivendicazioni politiche e sociali più ampie. Quando siamo arrivati a Tirana, le manifestazioni avevano già superato i cento giorni.

Non è il tema di questo racconto e non voglio trasformarlo in un’analisi politica. Ma era parte della Tirana di quei giorni. E mi piace ricordare anche questo: ogni sera, mentre la città continuava la propria vita, i fenicotteri tornavano a darsi appuntamento e a riunirsi.

Gli indirizzi che mi porto via

Non “i migliori ristoranti di Tirana”, non classifiche e non stelline. Gli indirizzi che conosco, nei quali sono stata e che consiglierei a un amico. Alcuni li ho scoperti durante questo viaggio, in altri torno da anni. Sono ristoranti, caffè e locali molto diversi tra loro, perché diversa è la Tirana che raccontano. Ci sono quelli bellissimi, nei quali la ricerca estetica è parte dell’esperienza, quelli nei quali si va soprattutto per mangiare bene e quelli che, semplicemente, sono diventati per me punti di riferimento.

Dove dormire

Il mio quartier generale resta il Maritim Hotel Plaza Tirana (dal 20esimo piano della mia stanza ho scattato tutte le foto panoramiche contenute in questo post), ormai la mia base in città. Lo scelgo soprattutto per la posizione, praticamente nel cuore di Tirana, a pochi passi da Piazza Skanderbeg e dal mio ufficio. Per me che mi muovo molto a piedi è comodissimo e, dopo tanti soggiorni, ha acquisito anche quella piacevole familiarità dei posti nei quali sai già come muoverti. Non è più semplicemente l’albergo nel quale dormo quando sono a Tirana. È il posto dal quale parto e al quale torno.

Dove mangiare

MUGO è probabilmente uno degli esempi migliori di quella ricerca estetica di cui parlavo prima. È bellissimo, curato in ogni dettaglio, contemporaneo e cosmopolita. La cucina si muove tra Asia, sushi, fusion e contaminazioni internazionali.

Sodah Tirana è un altro indirizzo che mi sento di consigliare. Cucina mediterranea contemporanea, piatti molto curati e un ambiente elegante senza risultare ingessato. Uno di quei ristoranti nei quali l’estetica del luogo e quella del piatto sembrano parlare la stessa lingua. Location strepitosa.

LIFT Steak & Rooftop Bar ha un carattere ancora diverso. Più scenografico, cosmopolita, con una proposta contemporanea nella quale trovano spazio soprattutto le carni e con una forte attenzione alla parte cocktail. È uno di quei locali che raccontano bene la Tirana più nuova e internazionale.

OPA Arena, all’Arena Center, ai piedi dell’Air Albania Stadium, è un altro indirizzo da tenere a mente. Street food greco, perfetto anche per mangiare qualcosa di veloce e gustoso. E la posizione permette di fermarsi proprio accanto a uno degli edifici che più mi hanno sorpresa durante questo viaggio.

Gzona, all’interno del Castello di Tirana, è invece un buon indirizzo per avvicinarsi alla cucina albanese in una veste più contemporanea. Anche la posizione contribuisce all’esperienza: si entra nel piccolo intreccio di locali e ristoranti ricavati all’interno del castello e, ancora una volta, antico e nuovo finiscono per stare nello stesso spazio.

Rozafa SeaFood e Spaghetti House & Fish sono due indirizzi da ricordare per chi ama il pesce. Pesce fresco, frutti di mare e cucina mediterranea sono protagonisti e, soprattutto nel caso di Spaghetti House, l’esperienza è diversa rispetto ai ristoranti più nuovi e scenografici della città. Non c’è quella particolare ricerca estetica che caratterizza molti dei locali contemporanei di Tirana, ma poco importa. Si mangia benissimo, e a volte è esattamente ciò che si chiede a un ristorante.

E poi c’è L’Antica Pizzeria da Michele, la sede di Tirana della celebre e storica pizzeria napoletana. Anche qui non aspettatevi la ricercatezza estetica di MUGO o di altri locali della città: si viene essenzialmente per la pizza. E la pizza è ottima. Io, per la cronaca, sono riuscita a mangiarne soltanto metà, ma la responsabilità è stata esclusivamente della temperatura tropicale di quella sera. 

Millennium Garden, su Murat Toptani, è un altro indirizzo che mi sento di suggerire. Una bellissima location, molto verde e piacevole, con una proposta culinaria piuttosto varia. Un posto che funziona bene anche per una sosta mentre si gira a piedi nel centro di Tirana.

Per un caffè, una pausa. O qualcosa di più

Cafe Botanica, affacciato su Piazza Skanderbeg, per me è ormai una certezza. Ci torno per un caffè, per una pausa, ma anche per pranzo o per cena. È uno di quei posti che, viaggio dopo viaggio, finiscono per diventare parte della propria geografia personale di una città.

Poi c’è HANA Corner Café, specialty coffee e una carrot cake strepitosa (ma, ad essere sincera, tutti i dolci erano estremamente invitanti e rigorosamente homemade). E sì, la carrot cake merita di essere citata anche una seconda volta. È un posticino carinissimo, raccolto, con un’impronta molto nordica.

Dopo cena

Hemingway Bar è uno dei locali che preferisco per il dopocena. Jazz, atmosfera, luci basse e un carattere tutto suo. È molto diverso dalla Tirana più patinata e contemporanea e forse è proprio questo a renderlo interessante.

E poi c’è Radio Bar Tirana, che in un racconto dedicato agli strati del tempo sembra quasi inevitabile. Vecchie radio, televisori, mobili, manifesti, macchine da scrivere e oggetti appartenenti a un’altra epoca convivono con cocktail e vita notturna. Una piccola capsula temporale nel cuore della Tirana contemporanea.

Cosa vedere a Tirana

Anche qui nessuna classifica e nessun elenco di luoghi “imperdibili”. Sono quelli che, secondo me, aiutano a capire meglio Tirana, la sua storia e soprattutto le sue trasformazioni. Molti si raggiungono facilmente a piedi e, forse, il modo migliore per scoprirli è proprio questo: camminare e lasciare che tra una destinazione e l’altra sia la città a metterci qualcosa di suo.

Piazza Skanderbeg è inevitabilmente il punto dal quale partire. È il cuore della città e intorno alla piazza si concentrano alcuni dei suoi edifici più riconoscibili. Ma per me è anche uno dei luoghi nei quali si percepisce meglio la Tirana di oggi. Basta alzare gli occhi verso le torri e i nuovi edifici che stanno modificando lo skyline per ritrovare immediatamente quella sovrapposizione di tempi che attraversa tutta la città.

Proprio sulla piazza si trova la Moschea Et’hem Bey, costruita tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento e affiancata dalla Torre dell’Orologio, altro simbolo della città. Vale la pena entrare nella moschea e osservare anche le decorazioni pittoriche che ne rivestono l’interno.

A pochi passi si trova Bunk’Art 2, ricavato nel bunker sotterraneo del Ministero dell’Interno e dedicato alla storia della polizia e degli apparati di sicurezza durante il regime comunista. Non è soltanto un museo: entrare fisicamente in quegli ambienti aiuta a comprendere una parte della storia albanese che continua inevitabilmente a riaffiorare nella Tirana contemporanea.

Il Museo Nazionale della Sorveglianza Segreta – House of Leaves, che noi italiani finiamo inevitabilmente per chiamare Museo delle Foglie, racconta invece il sistema di controllo, intercettazione e sorveglianza esercitato dalla polizia segreta durante il regime. Non è una visita leggera, ma secondo me è una di quelle che permettono di guardare con occhi diversi la città una volta tornati per strada.

E proprio di fronte al Museo delle Foglie si trova la Cattedrale ortodossa della Resurrezione di Cristo, quella che inizialmente avevo scambiato per una chiesa protestante. Imponente, contemporanea e molto diversa dagli edifici religiosi più antichi della città, merita una visita anche soltanto per osservare l’architettura e gli interni.

La Piramide di Tirana è probabilmente uno degli esempi più evidenti di quella stratificazione temporale che attraversa tutto questo racconto. Costruita nel 1988 e originariamente concepita come museo dedicato a Enver Hoxha, dopo la caduta del regime ha attraversato vite e funzioni diverse fino alla recente trasformazione in centro culturale e tecnologico. Oggi si può salire lungo le scale che percorrono la struttura e guardare Tirana dall’alto. Passato e futuro, qui, sembrano stare fisicamente uno sopra l’altro.

Continuando a camminare si incontra anche la Cattedrale cattolica di San Paolo, mentre poco più avanti sorge la nuova Moschea Namazgah, o Grande Moschea di Tirana. Insieme alla Moschea Et’hem Bey e alla Cattedrale ortodossa, questi edifici raccontano anche la pluralità religiosa della città e aggiungono un altro elemento alla sua stratificazione culturale.

Poi c’è Blloku, che secondo me va soprattutto attraversato senza troppi programmi. Durante il regime comunista era la zona residenziale riservata alla leadership politica e l’accesso era limitato; oggi è uno dei quartieri più animati della città, pieno di ristoranti, caffè, cocktail bar e negozi. Qui si trova anche l’ex villa di Enver Hoxha, rimasta quasi sospesa in mezzo alla vita contemporanea del quartiere. Uno dei cortocircuiti temporali più evidenti di Tirana.

Il Grand Park e il Lago Artificiale meritano tempo, non soltanto una passeggiata veloce. Qui Tirana cambia ritmo. Si cammina, si corre, si pedala, ci si siede vicino all’acqua e, soprattutto, si osservano le persone vivere la città. È quella Tirana che rallenta di cui vi ho raccontato poco fa.

Pazari i Ri, il Nuovo Bazar, è un altro luogo nel quale fermarsi. Non soltanto per il mercato e i prodotti alimentari, ma per osservare una parte più quotidiana della città e il modo in cui l’area storica è stata trasformata e restituita alla vita contemporanea. Io, come ormai sapete, ne sono uscita con una Voigtländer di sessant’anni fa. Potreste essere più ragionevoli.

Il Castello di Tirana – Kalaja e Tiranës conserva parti dell’antica fortificazione nel pieno centro della città. Oggi all’interno delle mura trovano spazio ristoranti, caffè e botteghe, in un recupero che mette ancora una volta insieme antico e contemporaneo. Si trova lungo Shëtitorja Murat Toptani, la passeggiata pedonale che attraversa questa parte del centro e che vale la pena percorrere senza fretta.

L’Air Albania Stadium merita almeno di essere visto dall’esterno. Sorge sul sito del precedente stadio Qemal Stafa e la sua architettura contemporanea, con la torre che domina il complesso, è impossibile da ignorare. Io non l’ho fotografato, ma dal vivo mi ha lasciata a bocca aperta. E considerando quanto ho fotografato durante questo viaggio, direi che questa è una lacuna piuttosto grave.

Da qui vale la pena arrivare anche a Piazza Madre Teresa e percorrere almeno un tratto del grande Bulevardi Dëshmorët e Kombit. È una passeggiata interessante proprio perché lungo lo stesso asse urbano si incontrano architetture appartenenti a periodi molto diversi della storia della città.

Per chi ama la letteratura aggiungerei infine la Studio Kadare & Agolli House. Nello stesso edificio vissero due figure fondamentali della letteratura albanese, Ismail Kadare e Dritëro Agolli, rispettivamente al terzo e al quarto piano. Gli ambienti permettono di entrare in una dimensione più intima della storia culturale della città e, per chi ama libri e case degli scrittori, è una deviazione che vale la pena fare.

E poi, soprattutto, camminate. Tirana non è una città che si lascia capire soltanto entrando nei suoi musei o raggiungendo i luoghi segnati sulla mappa. Molto di ciò che mi è rimasto di questo viaggio era proprio nello spazio tra una destinazione e l’altra. Una facciata, un cortile, una vecchia insegna, un grattacielo comparso improvvisamente dietro un edificio consumato, un caffè, un mercato, una persona seduta davanti a un negozio.

Forse è proprio lì che Tirana racconta meglio ciò che sta diventando.

Un’ultima informazione per tutte le donzelle appassionate di skin care coreana come la sottoscritta: a Tirana troverete pane per i vostri denti… un numero imprecisato di profumerie a tema super fornite. 

Ciao, Tirana

Arrivederci, Tirana. Tanto lo so che quando tornerò sarai già un po’ diversa. E a voi, grazie per essere arrivati fin qui.
A presto,
M. 

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1 Comment

  • Reply Giuseppe “ZEUSEDERA” 22 Settembre 2026 at 15:10

    Quello che voglio dire, leggendo questo post, è che hai la capacità di far entrare chi ti legge nel viaggio, nei luoghi e nei tempi in un modo veramente bello e incredibile.
    Leggerti è come leggere un romanzo o, quando affronti argomenti più impegnativi, un thriller.
    Riesci, anche senza aver mai visto quei luoghi, a farci immedesimare nel viaggio e a farci sentire quasi lì con te. È qualcosa di incredibile e che ti fa veramente onore.
    Poi ci sono le fotografie, che ci permettono di vedere attraverso i tuoi occhi ciò che stai raccontando: la tua fotografia completa le parole e le fa vivere appieno.
    Che dirti? Complimenti, sei bravissima. ❤️

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